Industrializzare le costruzioni significa imparare da ogni cantiere

La vera evoluzione dell'off-site non consiste soltanto nello spostare attività dal cantiere alla fabbrica, ma nel trasformare ogni progetto in conoscenza per quelli successivi.
Quando vediamo un modulo tridimensionale caricato su un bilico diretto verso un cantiere, siamo portati a identificare quell'immagine con la prefabbricazione.
È comprensibile, è la parte più visibile del processo, ma è anche quella che rischia di raccontarlo meno. Un edificio non diventa industrializzato solo perché può essere trasportato, così come una fabbrica non è semplicemente un cantiere che abbiamo spostato al coperto.
Se trasferissimo in uno stabilimento gli stessi processi, le stesse inefficienze e lo stesso modo di progettare del cantiere tradizionale, avremmo cambiato il luogo nel quale costruiamo, ma non necessariamente il modo in cui costruiamo.
Progettare per produrre
Nella costruzione tradizionale molte decisioni vengono perfezionate o adattate direttamente in cantiere e molti problemi vengono risolti durante la realizzazione. La prefabbricazione off-site, invece, richiede un approccio diverso.
Quando un componente, un pannello o un modulo 3D devono essere prodotti attraverso un processo industrializzato, non basta chiedersi se siano correttamente progettati dal punto di vista architettonico, strutturale o impiantistico. Bisogna chiedersi anche:
Come verranno prodotti e assemblati?
In quale sequenza?
Come dovranno essere organizzati trasporto, scarico e montaggio affinché ciò che è stato progettato possa essere realizzato nel modo previsto?
È qui che progettazione e produzione smettono di essere due fasi semplicemente consecutive e iniziano a diventare parti dello stesso processo.
Industrializzazione delle costruzioni: dall'esperienza del cantiere al patrimonio dell'impresa
Il vero vantaggio di un processo industrializzato emerge quando il flusso delle informazioni non procede in una sola direzione:
progettazione → produzione → cantiere.
ma quando ciò che viene verificato in ciascuna fase torna a monte e alimenta il ciclo successivo:
progettazione → verifica →produzione → verifica → cantiere → verifica → apprendimento → nuova progettazione.
È proprio qui che vedo uno degli aspetti più importanti dell'industrializzazione delle costruzioni: le informazioni che emergono dalle verifiche non si fermano al singolo progetto, ma entrano nel patrimonio di conoscenze con cui affrontiamo quelli successivi.
In un processo prevalentemente legato al singolo cantiere, un problema viene affrontato e risolto. L'esperienza acquisita rimane certamente nelle persone che l'hanno vissuta, ma rischia di restare confinata a quel cantiere, a quella squadra, a quel momento.
In un processo industrializzato, invece, la soluzione a un problema deve diventare patrimonio dell'impresa. Ciò che impariamo durante ogni fase deve poter tornare a monte. Può essere una connessione da migliorare, una sequenza da riorganizzare per ridurre i tempi, un componente da semplificare, una modalità di imballaggio che può agevolare il montaggio o un dettaglio progettuale che in cantiere ha generato una difficoltà inattesa.
Il valore non sta soltanto nell'aver trovato la soluzione.
Sta nel fare in modo che quella soluzione non debba essere trovata nuovamente nel cantiere successivo.
Il singolo problema smette di appartenere soltanto all'edificio nel quale si è manifestato e diventa un'informazione capace di modificare il processo con cui verranno progettati e realizzati gli edifici successivi. È qui che, a mio avviso, la prefabbricazione comincia realmente a diventare industrializzazione.
Standardizzare non significa fare tutto uguale
Quando si parla di industrializzazione delle costruzioni emerge spesso un'altra preoccupazione: che standardizzare significhi rinunciare alla libertà progettuale e produrre edifici tutti uguali.
Credo che sia un equivoco.
L'industria più evoluta non standardizza necessariamente il prodotto finale. Standardizza ciò che, se differenziato ogni volta, non genera nuovo valore.
Processi, interfacce, connessioni, componenti e sequenze produttive possono essere progressivamente razionalizzati e resi replicabili, lasciando spazio alla personalizzazione dove questa produce realmente valore.
Si tratta di capire dove standardizzare per poter personalizzare meglio.
Ogni progetto non dovrebbe ripartire da zero. Dovrebbe incorporare una parte della conoscenza generata da quelli precedenti. Standardizzare non significa soltanto ripetere, ma anche consolidare e mettere a sistema ciò che abbiamo imparato.
Un sistema che impara
C'è infine una differenza che considero fondamentale tra replicare e industrializzare.
La capacità di replicare è una componente dell'industrializzazione, ma non la esaurisce. Industrializzare significa anche fare in modo che, ogni volta che replichiamo un processo, ciò che abbiamo imparato possa renderlo migliore: nei tempi, nell'utilizzo delle risorse, nella qualità, nella sicurezza e nella capacità di prevedere ciò che accadrà dopo.
Per questo credo che la vera evoluzione della prefabbricazione off-site non si misuri soltanto nella percentuale di edificio che riusciamo a completare prima di arrivare in cantiere.
Si misura anche nella capacità di fare in modo che ogni cantiere lasci qualcosa a quello successivo.
Un errore non è soltanto qualcosa da correggere, e una soluzione non dovrebbe esaurirsi nel cantiere in cui è stata trovata. Entrambi diventano conoscenza quando il sistema è capace di raccoglierli, riportarli a monte e trasformarli in un modo migliore di progettare e costruire.
Il modulo che viaggia su un camion è la parte che tutti possiamo vedere.
Il sistema che lo ha progettato, prodotto, montato e che imparerà da quell'esperienza per realizzare meglio il prossimo è la parte che conta di più.
Industrializzare non significa ripetere sempre la stessa cosa. Significa costruire un sistema capace di imparare ogni volta che la ripete.



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