La solitudine di chi decide
- angeloluigimarchet
- 5 giorni fa
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Aggiornamento: 4 giorni fa

C’è un aspetto della leadership di cui si parla poco, ma che nella pratica è molto concreto:
la solitudine di chi decide.
Non è la solitudine “romantica” che spesso viene raccontata.
Non è isolamento, né mancanza di confronto.
È qualcosa di più sottile.
Perché attorno a te le persone ci sono. Le competenze ci sono. Le opinioni anche, spesso molte.
Ci si confronta, si analizzano scenari, si raccolgono punti di vista. Si ascolta.
Ma poi arriva sempre un momento preciso. Quello in cui il confronto finisce.
E qualcuno deve scegliere. Deve chiudere. Deve decidere.
E quel punto non è condivisibile fino in fondo.
Perché la responsabilità, a quel livello, non si distribuisce.
Rimane.
All’inizio non ci fai troppo caso. Fa parte del ruolo, è quasi naturale.
Poi diventa una condizione ricorrente. Quasi silenziosa.
Perché ogni decisione non si esaurisce nel momento in cui viene presa.
Apre conseguenze. Genera effetti. Sposta equilibri.
E soprattutto… ritorna.
Sotto forma di nuove scelte, nuovi dubbi, nuove responsabilità.
Non è la singola decisione a pesare davvero.
È la continuità del decidere.
È sapere che, comunque vada, ci sarà sempre un momento in cui dovrai tornare lì.
A quel punto preciso in cui non puoi più delegare, né rimandare.
devi scegliere e devi farlo tu.
Forse è questa la parte meno visibile della leadership.
Quella che non si racconta, perché non si vede.
Ma è anche quella che definisce di più.
Perché è in quello spazio — breve, spesso silenzioso, inevitabile —che si misura davvero il peso di guidare qualcosa.



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